Media e informazione: come vengono influenzate le nostre opinioni?

Quando parliamo di media e informazione non possiamo non considerare le profonde mutazioni della tecnologia e della società. Mutazioni che negli ultimi trent’anni hanno subito un’accelerazione esponenziale. Facendo un rapido e sommario excursus nella storia dell’informazione negli ultimi duecento anni, possiamo notare come il modo in cui questa viene veicolata sia cambiato seguendo i ritmi della tecnologia e della società. In questo viaggio nel tempo, partiremmo dai giornali (che prima venivano pubblicati a cadenza settimanale o bisettimanale[1]), per poi vedere via via un’evoluzione con le radio e i cinegiornali – che in Italia sottostavano al controllo statale attraverso l’istituto LUCE[2]– per poi dunque giungere alla televisione e vedere l’informazione farsi in seguito plurale con l’avvento di radio e televisioni private, fino ad arrivare ai giorni nostri in cui le informazioni vengono veicolate attraverso internet e social media accessibili in ogni momento dai nostri smartphone.

Come possiamo vedere quindi, ci sono almeno due tipi di cambiamento radicale nella fruizione dell’informazione: il primo riguarda la velocità e l’aumento del numero delle fonti e dei mezzi (passando da un giornale bisettimanale a molte testate che pubblicano notizie in continuazione), il secondo riguarda l’accesso all’informazione: se prima era l’utente a raggiungere l’informazione attivandosi e andando in cerca del giornale o sintonizzandosi a una determinata ora su una determinata radio o televisione, ora questo rapporto si è invertito ed è l’informazione a raggiungere un’utenza sempre connessa. Il risultato di questi due fattori è che l’utente oggi viene bombardato da molti stimoli diversi in competizione tra loro per ottenere la sua attenzione[3].

Come facciamo fronte a questo tipo di informazione nei media?

Dire che siamo in balia delle informazioni veicolate dai media potrebbe sembrare banale e effettivamente non è del tutto veritiero. Quest’evoluzione non è avvenuta in una notte, anche se è vero che è stata molto veloce e che i nativi digitali sono più abituati a farvi fronte rispetto a chi ha qualche anno in più ed ha dovuto adattarsi a questo mondo a sua volta in rapida evoluzione. È altresí vero che le nostre reazioni alle informazioni non sono consapevoli: come ci formiamo un’opinione? Perché selezioniamo un’informazione e apriamo un link piuttosto che un altro? Come è possibile che ci siano persone che supportano con tanta veemenza delle posizioni che ci sembrano assurde? Come spiegare alcune reazioni alla pandemia di coronavirus?  Proverò qui a dare delle spiegazioni, anche se va tenuto conto che non ci muoviamo in un campo fatto di leggi deterministiche e che il tema è molto complesso e ricco di sfaccettature e aspetti che abbracciano discipline diverse come la scienza della comunicazione, la sociologia, la psicologia dei gruppi e della persuasione che non possono essere facilmente riassunte e messe in ordine in appena un articolo.

La ricerca sul modo in cui processiamo le informazioni ha seguito il generale sviluppo della tecnologia dell’informazione e della psicologia sociale più in generale. La domanda alla quale gli psicologi sociali hanno cercato di dare risposta è: come fa un messaggio a divenire persuasivo?

Tra le teorie predominanti ci sono quelle del modello delle probabilitá di elaborazione (ELM) di Petty e Cacioppo (1981) e quella del modello euristico-sistematico di Eagly e Chaiken (1984). Questi modelli hanno in comune il fatto di prevedere che il cambiamento di atteggiamento davanti a un’informazione possa essere il frutto di due processi di natura diversa[4].

Secondo il modello delle probabilitá di elaborazione (ELM), al ricevere un’informazione, l’utente attiva un processo di elaborazione che si situa in un continuum ai cui poli opposti vi sono un percorso centrale e un percorso periferico che il ricevente utilizza per elaborarla. Per elaborare attraverso il percorso centrale, il ricevente deve attivare una serie di risorse attentive e di riflessione attiva sulle argomentazioni del messaggio che ne mettono in moto anche le conoscenze pregresse per permettergli di arrivare alla valutazione del messaggio. Il percorso periferico, invece, non fa ricorso al contenuto per elaborare l’informazione ma al modo in cui essa viene presentata (per esempio dall’attrattivitá della fonte o dall’associazione con stimoli piacevoli, pensiamo per esempio alle musiche di sottofondo presenti nei servizi dei talk show che hanno la funzione di “aiutare” lo spettatore nel classificare le informazioni come positive o negative). Il percorso centrale è perciò un processo molto più impegnativo che richiede motivazione (deve essere prima di tutto un messaggio rilevante per l’utente per fargli attivare le risorse), capacità cognitive e conoscenze pregresse per essere utilizzato, mentre quello periferico non richiede sforzi[5].

In maniera similare al modello della probabilità di elaborazione, il modello euristico-sistematico sostiene che ci siano due tipi di processo con cui viene elaborata un’informazione: un processo sistematico che coincide con il percorso centrale del modello della probabilità di elaborazione (quindi con un investimento di risorse che permettono di elaborare in maniera approfondita un’informazione) e un processo euristico che porta alla formazione di un’opinione attraverso la semplice applicazione di un’euristica, ovvero di una regola di decisione che “certifica” la validità dell’opinione (per esempio: tizio sostiene X quindi deve essere come dice lui) [6].

Secondo entrambi i modelli dunque, vediamo che per elaborare un’informazione in maniera approfondita, occorre che chi la riceve utilizzi una serie di risorse. Questo perciò richiede anzitutto una motivazione nell’impiegare tali risorse e compiere lo sforzo necessario all’elaborazione, l’impiego di capacità cognitive per farlo e per mettere in campo le contro argomentazioni che possano validarne o confutarne le tesi, la presenza di conoscenze pregresse sul tema in oggetto per farlo. Appare dunque evidente che, prima di tutto, l’utilizzo di un’elaborazione di tipo centrale-sistematico richiede di impiegare tempo e risorse, cose che la vita frenetica della nostra società, i tempi dei media e l’abbondanza di stimoli nei social rendono molto difficile.

Come rispondiamo dunque a questi stimoli?

Il modo in cui dunque ci troviamo ad affrontare le informazioni ha molto a che vedere con le nostre reazioni a queste. In altre parole, abbiamo bisogno di riconoscere e rispondere in maniera veloce a molti stimoli senza approfondirli e elaborarli, cosa che richiederebbe tempo e risorse come detto.

Nel farci catalogare le notizie come veritiere o false o anche solo meritevoli della nostra attenzione, entrano in gioco alcuni indizi che utilizziamo più o meno consapevolmente.

Anzitutto, c’è da considerare il fatto che le notizie plasmano il nostro modo di concepire la realtà. Secondo la teoria della coltivazione di Gerbner[7], le informazioni fornite dai media hanno da una parte l’effetto di favorire un’interpretazione comune di un dato fenomeno (effetto mainstreaming), dall’altro quello di amplificare la realtà, cioè di rendere più accentuato un fenomeno presente nella realtà attribuendogli una frequenza molto più ampia del reale per il solo fatto che i media ne parlano (effetto resonance). Nei suoi studi sulla relazione tra la violenza nei media e quella percepita nella vita reale per esempio, Gerbner ha potuto rilevare come i partecipanti che ritenevano che nei loro quartieri ci fosse più violenza di quanta ve ne fosse in realtà erano quelli che erano più soliti guardare la tv con scene di violenza[8].

Appare dunque chiaro che i media giocano un ruolo chiave nella lettura della realtà (e quindi nella formazione delle opinioni e nei comportamenti) delle persone. È in questa direzione che si muove la teoria dell’agenda setting che sostiene che siano proprio i media a stabilire di fatto quali siano i temi importanti per la societá a seconda dell’enfasi data al tema[9]. In tal senso non suggerirebbero direttamente come pensare ma a cosa gli utenti dovrebbero pensare. Pertanto, l’importanza e la rilevanza di un avvenimento non sarebbero caratteristiche dell’avvenimento in sé, ma sarebbero stabilite dall’enfasi che i media utilizzano nel raccontarlo e quindi dalla rilevanza che questi gli attribuiscono. .

Per fare un esempio dell’impatto che questo può avere, basti pensare al caso del volontario per i test del vaccino morto in Brasile, caso che ha avuto grande eco in tutto il mondo, salvo poi scoprire che quel volontario non aveva mai ricevuto la dose di vaccino[10]. Un altro esempio lampante piú recente riguarda la paura generata dalle notizie sui casi di trombosi avvenuti in seguito alla somministrazione del vaccino AstraZeneca, paura che non ha fondamento scientifico ed é pertanto immotivata se guardiamo i dati numerici[11] che invece ci dicono che questo fenomeno é molto piú raro di quello che i media lasciavano pensare.

“Non cielo dikono”: i dissidenti e le sottoculture

Come detto però, va considerato il fatto che oggi l’informazione è veloce e plurale. Se da una lato questo è certamente un bene perché permette di difendere la libertá di espressione – e quindi la democrazia -, dall’altro il moltiplicarsi di siti di informazione che competono per accaparrarsi i click degli utenti (vedi il fenomeno del “clickbait[12]”), espone ai noti rischi di proliferazione di fake news e rende difficile per l’utente riconoscere l’autorevolezza di una fonte e di un’opinione separandola dalla massa di commenti e notizie.

Ma cosa spinge una persona a ricercare un tipo di informazione e difendere cosí strenuamente posizioni che ci sembrano assurde? Secondo la teoria degli usi e gratificazioni[13], il ricevente delle informazioni non sarebbe un attore passivo, ma selezionerebbe quelle informazioni che lo gratificano maggiormente e indirizzerebbe dunque la propria scelta e investirebbe le proprie risorse attentive e di tempo in quei programmi e canali d’informazione che più ne soddisfano i bisogni. Di quali bisogni parliamo? Quello di ottenere informazioni utili che lo aiutino non solo a gestire le proprie azioni ma pure a definire la propria identità, per far proprie le argomentazioni espresse. Vediamo dunque che la scelta di un canale di informazione non ha a che fare solo con la necessità di informazione ma pure con necessità emotive e di definizione della nostra identità[14]. Questo ci riporta quindi a quanto detto prima: dedichiamo più tempo a canali e informazioni nei quali ci identifichiamo e allo stesso tempo siamo portati a catalogare in maniera rapida gli stimoli come autorevoli e validi o meno a seconda del tipo di stimolo (ad esempio, la fonte) e non in seguito a una profonda elaborazione. Questo porta l’informazione a farsi oggetto di dinamiche ingroup – outgroup. L’utente ricercherà e darà quindi più attenzione a quelle informazioni che corrispondono al proprio ingroup nel quale si riconosce, mentre non presterà attenzione e liquiderà in modo più sbrigativo quelle informazioni e tesi che riconoscerà essere proprie dell’outgroup. Come possiamo intuire, questo non aiuta il dibattito e favorisce invece i fenomeni di polarizzazione all’interno dei gruppi che tenderanno sempre di piú a spostarsi verso posizioni estreme. Pensiamo per esempio – al di là di come la si pensi in merito – al dualismo che si è creato durante la pandemia tra i no-vax e i pro-vax.

Questo chiaramente non è aiutato dai social che – avendo per scopo l’aumento dell’engagement degli utenti[15] – sono portati a riportare tesi e informazioni che riflettono le idee nelle quali l’utente si riconosce perché è grazie ad esse che rimarrà connesso al social. Se chiudessimo gli occhi e facciamo finta – per esempio – di essere fermamente convinti della bontà dei vaccini e di trovare la nostra home di Facebook o Twitter invase da notizie che riconosciamo provenire da ambienti no-vax, possiamo immaginare che probabilmente non cliccheremmo su quei link ma che anzi magari usciremmo dal social molto prima di quello che – ahimé – facciamo abitualmente.

A tal proposito é interessante il docu-film prodotto da Netflix the social dilemma di cui riporto il trailer. Il trailer si apre proprio con le parole “Try to type on Google ‘ climate change is ‘ , you are going to see different results depending on where you live and the particular things Google knows about your interests” – se provi a scrivere su Google ‘il cambiamento climatico é’, otterrai diversi risultati a seconda del luogo in cui vivi e delle cose che Google sa sui tuoi interessi .

Alla luce dell’impatto che questi meccanismi dei social hanno avuto nelle decisioni prese dalle persone che si sono poi tramutate anche in decisioni politiche (vedi Russiagate e lo scandalo Cambridge Analytica[16]), Facebook sta prendendo delle contromisure per aumentare la pluralità delle informazioni messe a disposizione dell’utente, con lo scopo soprattutto di arginare il dilagare delle fake news[17][18], anche se sembra che ci sia ancora molto da fare a riguardo[19].

Media e informazione: che fare dunque?

I media oggi si trovano nella difficile situazione di dover informare riassumendo in tempi molto rapidi notizie di un mondo complesso e in continua evoluzione. Pensare di dedicare il tempo necessario ad approfondire e processare le diverse tesi semplicemente non è fattibile perché richiederebbe risorse di tempo e di attenzione da parte del ricevente che – più probabilmente – sceglierebbe un’altra fonte. Che fare perciò?

Prima di tutto dovremmo domandarci perché una persona si sposta verso una tesi, rischiando di entrare in quel circolo vizioso di ingroup – outgroup che porta ad etichettare le informazioni senza elaborarle. Cosa c’è alla radice delle nostre reazioni davanti ai messaggi, come fa cioè una persona a riconoscere la validità di un tipo di argomentazioni o di altre.

In tal senso, è interessare guardare agli studi dei primi anni ’50 dello scorso secolo – studi che sembrano quanto mai attuali in questi mesi – sulla particolare strategia di persuasione che Hovland e i colleghi di Yale chiamavano “appello alla paura[20]. Nei loro esperimenti, Janis e Feshbach – colleghi di Hovland – esponevano i partecipanti a dei messaggi riguardanti delle malattie dentali e quali comportamenti adottare per evitarle, dividendoli in gruppi a seconda del livello di paurosità del messaggio a cui erano stati sottoposti. A differenza di quanto ci si potesse aspettare, coloro che dopo qualche settimana avevano cambiato i loro comportamenti in maniera più significativa non erano i partecipanti che erano stati sottoposti al messaggio più pauroso ma quelli che erano stati sottoposti a un messaggio che aveva un debole richiamo alla paura.

Secondo gli studiosi, questo sarebbe dovuto alla reazione del ricevente a messaggi di minaccia per il sé. Il ricevente, sentendosi minacciato, sentirebbe il bisogno di ridurre tale tensione mettendosi alla ricerca di risposte in grado di allentarla. Per farlo e sentirsi al sicuro, può mettere in campo i comportamenti consigliati, oppure attivare risposte di tipo difensivo, quali – per esempio – la negazione[21] o la squalifica delle conseguenze prefigurate, penserà per esempio “mah, forse gli effetti mostrati sono esagerati, questo comportamento non è poi cosí grave”.

Vediamo dunque che davanti a situazioni di paura quale quella legata alla pandemia, la presenza di negazionisti del virus potrebbe in parte essere spiegabile con un inconsapevole meccanismo di difesa messo in campo da queste persone che si avvicinano a tesi negazioniste poiché si sentono rassicurate dal negare la situazione, e la loro rassicurazione viene rinforzata dal fatto che ci sono altre persone nei social che veicolano messaggi simili, creando cosí un gruppo che ne legittima e rinforza le tesi talvolta polarizzandole.

Uno degli sviluppi di questa tesi riguarda la teoria della motivazione alla protezione di Maddus e Rogers (1983)[22]. Secondo questa teoria, una minaccia rappresenta uno stress davanti al quale l’individuo si trova a dover mettere in campo delle risorse per attuare un determinato comportamento. Se percepisce come rilevanti i rischi o se si sente in grado di effettuare quel comportamento, sarà motivato a rispondere con il comportamento desiderato; se invece la situazione richiede delle risorse troppo onerose rispetto a quelle di cui dispone, utilizzerà un altro comportamento per far fronte alla situazione, non sempre si tratta però di un comportamento adattivo.

Sapendo questo, vediamo dunque che il ricevente di un’informazione non è un soggetto passivo e che molto dipende dalle caratteristiche della persona e dalla rilevanza che il messaggio può avere per questa. Occorre dunque pensare bene alla luce con cui i media espongono le informazioni, sapendo che non sempre la paura è la migliore arma per veicolare messaggi ma che, se non accompagnata da messaggi positivi e specifici relativi ai comportamenti da utilizzare può avere effetti controproducenti perché si potrebbero innescare reazioni di distanziamento dall’informazione (negazione, squalifica degli effetti, eccetera).

Viceversa, un’informazione lontana dalla retorica, focalizzata sugli aspetti positivi dei comportamenti da attuare (per esempio che evidenziasse gli effetti positivi del lockdown, invece che focalizzarsi costantemente sui – supposti – effetti negativi delle passeggiate in centro…) e che fornisse indicazioni chiare sui comportamenti da attuare, ridurrebbe lo stress e l’incertezza legate alla situazione, permetterebbe alle persone di processare le informazioni in modo più chiaro, riducendo quindi la ricerca di risposte alternative e i comportamenti non adattivi da parte del pubblico.

Filippo Paggiarin

Fonti e riferimenti

[1] https://it.wikipedia.org/wiki/Giornale

[2] https://www.archivioluce.com/cinegiornali/

[3] sul cambiamento nel mondo dei media e dell’informazione e sulle difficoltá ad esso legate, consiglio vivamente la visione di questa conferenza tenuta da Umberto Eco, particolarmente significativi per questo articolo sono i passaggi a 6:45, 20:30, 27:00

[4] ”introduzione alla psicologia della comunicazione” di L. Lotto e R. Rumiati, 2013, il Mulino, p.91 https://www.mulino.it/isbn/9788815245854

[5] ”introduzione alla psicologia della comunicazione” di L. Lotto e R. Rumiati, 2013, il Mulino, p.91 https://www.mulino.it/isbn/9788815245854

[6] ”introduzione alla psicologia della comunicazione” di L. Lotto e R. Rumiati, 2013, il Mulino, p.91 https://www.mulino.it/isbn/9788815245854

[7] https://www.coris.uniroma1.it/sites/default/files/11.%20Teoria%20della%20Coltivazione.pdf

[8] ”introduzione alla psicologia della comunicazione” di L. Lotto e R. Rumiati, 2013, il Mulino, p.151 https://www.mulino.it/isbn/9788815245854

[9] ”introduzione alla psicologia della comunicazione” di L. Lotto e R. Rumiati, 2013, il Mulino, p.151 https://www.mulino.it/isbn/9788815245854

[10] https://www.forbes.com/sites/rachelsandler/2020/10/21/volunteer-in-astrazeneca-covid-19-vaccine-trial-reportedly-dies-in-brazil/?sh=77580fb42516

[11] https://www.fondazioneveronesi.it/magazine/articoli/da-non-perdere/vaccino-astrazeneca-e-rischio-trombosi-facciamo-chiarezza

[12] https://en.wikipedia.org/wiki/Clickbait

[13] ”introduzione alla psicologia della comunicazione” di L. Lotto e R. Rumiati, 2013, il Mulino, p.155 https://www.mulino.it/isbn/9788815245854

[14] In merito, suggerisco l’ascolto del TED Talk tenuto da Guadalupe Nogués (in lingua spagnola)

[15] the social dilemma, J. Orlowski, Netflix, 2020. https://www.youtube.com/watch?v=uaaC57tcci0 

[16] https://www.nytimes.com/2018/03/18/us/cambridge-analytica-facebook-privacy-data.html?hp&action=click&pgtype=Homepage&clickSource=story-heading&module=first-column-region&region=top-news&WT.nav=top-news

[17] https://www.repubblica.it/tecnologia/social-network/2018/10/29/news/facebook_ora_puoi_saperne_di_piu_su_fonti_e_testate-210316647/

[18] https://www.ilsole24ore.com/art/stretta-facebook-inserzioni-politiche-sapremo-chi-paga-e-dove-arrivano-AEv4YZUE?refresh_ce=1

[19] https://it.mashable.com/coronavirus-1/4089/covid19-fake-news-facebook-avaaz

[20] ”introduzione alla psicologia della comunicazione” di L. Lotto e R. Rumiati, 2013, il Mulino, p.86 https://www.mulino.it/isbn/9788815245854

[21] Questo non accade solo con i temi legati alla salute come i danni provocati dal fumo, quella di alcuni cibi o le misure anti-covid ma anche con molti altri temi quali, per esempio, quello del cambiamento climatico

[22] ”introduzione alla psicologia della comunicazione” di L. Lotto e R. Rumiati, 2013, il Mulino, p.87 https://www.mulino.it/isbn/9788815245854

 

La politica d’identità e la morte del pensiero critico

Il declino del pensiero critico presente nella politica odierna si manifesta nel concreto in questo articolo post-Brexit: “Nonostante la schiacciante maggioranza del voto a favore dell’uscita dall’Unione Europea, la Cornovaglia – che negli ultimi vent’anni ha significativamente beneficiato dei fondi provenienti dall’UE – ha immediatamente domandato al parlamento britannico che questi fondi fossero garantiti… Sorprendentemente, nessuna conferma è ancora arrivata da parte di Theresa May”¹.

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